In un altro luogo
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Che il film sia una palla lo intuirete tragicamente nei primi cinque minuti, quando l’inespressivo protagonista farà rombare il motore della sua Ferrari transitandovi davanti tre o quattro volte prima di fermarsi. Ma non crediate che il film cominci. Il narcolettico Johnny Marco (Stephen Dorff) vi allieterà con le sue graziose abitudini (bere come un maiale, fumare come il letame d’inverno, schiantarsi addormentato mentre due mignotte fanno la lap dance davanti al suo lettuccio del Chateau Marmont) e le sue repellenti T-shirt (apprenderete presto che Johnny sia fa la doccia ma non si cambia la maglietta), le sue festine in hotel e le sue conferenze stampa. Vi interrogherete invano sul sex-appeal di questa presunta star hollywoodiana, perché la sua espressione resta immutata per tutta la durata della storia, salvo, forse, quando piangerà (ma il suo volto sarà in ombra). La storia si sviluppa - si fa per dire - quando il nostro si occupa della figlia Cleo (Elle Fanning). La porta a pattinare, ma intanto si legge i messaggini sul cellulare. Si dimentica che alla domenica la ragazzina non va a scuola. Ma poi deve occuparsene davvero, perché la ex moglie parte per un lungo periodo. Che fare? Johnny gioca con lei alla wii, le fa cucinare dei pranzetti ipercalorici, se la porta a Milano. I due alloggiano nella prestigiosa suite presidenziale dell’Hotel Principe di Savoia, dotata di piscina privata. Compare la Chiatti a dire stronzate alla povera Cleo, rovinandole la colazione. I due vanno ai Telegatti, e vi toccherà sorbirvi la Ventura più un vi lascio immaginare quanto delizioso balletto di veline assortite. Alla fine ritornano a L.A.. Da bravo papino Johnny accompagna Cleo al campo estivo, dopo una sosta a las Vegas. Un viaggetto d’addio in Ferrari più elicottero. Nel tragitto verso Las Vegas c’è l’altra scena di pianto. Le lacrime sono l'unico fatto che vi fa dubitare che questi non siano alieni anaffettivi.
Brava e tenera Elle Fanning nel ruolo di Cleo, espressivo come una mummia imbalsamata Dorff, noiosa la storia. Vi farete una cultura sugli svincoli delle autostrade californiane e sugli hotel di lusso. Il Chateau Marmont è quello dov’è morto Belushi e albergo prediletto di attori e musicisti (andate sul sito e vedete dove hanno dormito i Led Zeppelin), la suite presidenziale del Principe di Savoia è puro lusso. Provate a prenotare: sono 6500 euro. Pare ci vada Woody Allen quando viene a Milano.
Benicio del Toro (il mio preferito) compare solo per tre picosecondi in ascensore, con un orrido berretto in testa. Deprimenti per quanto gnocche le ballerine di lapdance.
Come l’autrice di Lost in translation abbia potuto partorire questa schifezza non me lo spiegare. Avrei voluto essere da qualche altra parte.



Somewhere, di Sofia Coppola
Stephen Dorff e Elle Fanning, Laura Chiatti. Un cameo di Benicio Del Toro. Simona Ventura e Nino Frassica fanno se stessi nella cerimonia dei Telegatti.
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Estate
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Con l'estate e le vacanze in arrivo tutto è rallentato. Si va via il fine settimana, si va in piscina in cerca di un po' di fresco, si fanno tutti i lavori rimandati da mesi. Si va anche al cinema, ma non ho tanta voglia di scrivere. Comunque ho visto (sinossi copiata, commenti miei):

IL PICCOLO NICOLAS E I SUOI GENITORI
di Laurent Tirard – Francia, 2009, 91 min.
Nicolas è un bambino contento in famiglia e con gli amici, dotato di un'attiva immaginazione, che da un giorno all'altro si ritrova nelle ambasce: crede di capire che sua madre aspetti un fratellino o una sorellina e immagina che i suoi lo abbandoneranno nel bosco come Pollicino... Gusto cinefilo un po’ alla Amélie, un po’ alla Jacques Tati.

Finalmente una serata rilassante con il piccolo Nicolas e i suoi deliziosi compagni di classe: il ricco, il somaro, il secchione... Ambientazione anni '50, vestiti, case, scuola che sembrano appartenere a un passato remotissimo. Ricostruzione magistrale dello zeitgeist dell'epoca. Ma soprattutto risate e risate. La scena dello zucconissimo Clotaire interrogato in geografia dal Ministro è esilarante.
Le Petit Nicolas è tratto da una serie illustrata pubblicata su varie riviste francesi. L'autore è René Goscinny (quello di Asterix) mentre i disegni sono di Jean-Jacques Sempé.



GLI AMORI FOLLI
di Alain Resnais – Francia, 2009, 104 min.
Festival di Cannes 2009 – Selezione Ufficiale
Marguerite viene scippata della borsa. Il ladro butta il contenuto in un parcheggio. Georges lo raccoglie. Il destino farà il resto... Tra umorismo e sorprese, con una parentesi lirica, ti aspetti una spiegazione dei comportamenti. Resnais ci lascia soltanto, più che una formula ignota del desiderio, la sua inafferrabile sostanza.
Il mio vicino dormiva, io quasi, insomma: qualche momento godibile, ma niente di più.


LA NOSTRA VITA
di Daniele Luchetti – Italia, 2010, 95 min.
Festival di Cannes 2010 – Selezione Ufficiale
Alla morte della moglie Elena, il trentenne operaio edile Claudio vede crollare il suo mondo perfetto. I due, infatti, avevano un rapporto fatto di grande complicità, vitalità e sensualità e lui non è preparato a vivere da solo, nonostante l'affetto dei due figli. Per rimuovere il dolore inizia così a sfidare il destino prendendo una serie di decisioni sbagliate...
Film molto apprezzato dalla critica e interpretato magnificamente da Elio Germano, ma che ho trovato piuttosto discutibile e incongruo. Non mi ha convinto la storia.



Infine il geniale TOY STORY 3 (dopo che mi ero rivista 1 e 2 su Sky). Geniale perché arricchito da personaggi inquietanti - di cui non si può dir nulla senza guastare la fruizione della storia - con momenti di grande suspence. Woody è l'eroe tenero e leale, affettuoso e  votato al martirio pur di tenere unito il gruppo. In un mondo di squali, in un'epoca spietata il suo è un messaggio di bontà, di generosità e pace. No toys gets left behind!
Un grande applauso, anche per i doppiatori italiani.





DRAQUILA
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"Era appena iniziata la primavera nella bella penisola e per Silvio Berlusconi era una giornata di merda come tante altre. La magistratura continuava a stargli alle calcagna, i sondaggi lo davano in caduta libera, così quando alle 3:32 del 6 aprile 2009 un terremoto sveglia persino gli abitanti della casa del Grande Fratello e quando si scopre che un’intera città è stata devastata per Silvio Berlusconi è come se Dio gli avesse teso ancora una volta la mano"

Così comincia Draquila, il film di Sabina Guzzanti sulla vicenda abruzzese.
Gli aquilani raccontano, i terremotati parlano. Riconoscenti da un lato, critici, fermi dall’altro. Riconoscono di aver creduto alle rassicurazioni che venivano date loro quando lo sciame sismico li terrorizzava. Alcuni ringraziano per le case, altri vogliono tornare nelle loro.
Tutti, però, non ridevano in quella notte di tragedia.
Emerge il ruolo della Protezione Civile. Un dipartimento del governo al quale diamo istintivamente fiducia, come alla Croce Rossa. Ma qualcosa è cambiato, perché un’aggiuntina apportata per decreto implementa i poteri dalle catastrofi naturali ai “grandi eventi”.
Vuol dire che la Protezione Civile si occuperà anche di G8 e di visite papali e non solo di frane ed alluvioni, terremoti ed emergenza rifiuti. Non solo di tende e generi di prima necessità, non solo di gestione dell’emergenza, ma tutto di il contorno, incredibilmente redditizio per gli speculatori e invariabilmente a carico del contribuente, dei “grandi eventi”.
La Guzzanti racconta dell’astuto e suo modo geniale tentativo di trasformare la protezione Civile in una S.p.a. in grado di garantire appalti miliardari ai costruttori delle piscine dei mondiali di nuoto, gli stessi che, alla notizia del terremoto, gongolano per le opportunità di guadagno offerte dalla ricostruzione abruzzese.
Racconta la Guzzanti a proposito del suo film-documentario: “La cosa che mi ha colpito è che tutti avevano un’adorazione e una gratitudine sconfinata per i volontari e i vigili del fuoco mentre nei confronti dei dirigenti della della Protezione Civile era diffuso un sentimento di diffidenza e di paura.
Ho cominciato ad osservare quello che succedeva.
C’era una popolazione per lo più di anziani e una buona parte di famiglie affrante sì, ma convinta che nella disgrazia non gli poteva andare meglio.
E una popolazione che mugugnava impaurita e sospettosa. Qualcuno di questi partecipava a comitati cittadini e si affannava a parlare nel vuoto.
Alcuni dei ribelli dicevano: “Qui si sta facendo un esperimento. Quello che succede qui è quello che vogliono che succeda in tutta Italia.”
Mi sono fatta suggestionare e ho provato l’emozione di scoprire dal vivo quello che tutta Italia oggi sta scoprendo sui giornali.
Quello che venivo a sapere sulla Protezione Civile mi sembrava enorme, incredibile. Abbiamo preso atto dell’esistenza di uno stato parallelo che stava crescendo senza che nessuno ne sapesse niente. Si parla molto della censura dell’informazione in Italia. Ebbene la censura copre operazioni come questa. La censura e la costante minaccia della perdita del lavoro per chiunque esprima dissenso.
Come mai gli italiani votano Berlusconi?
La violenza della propaganda, l’impotenza dei cittadini, l’economia e i rapporti di forza fondati sull’illegalità e una catastrofe: il terremoto che ha annientato la città de L’Aquila per raccontare come è stata piegata la giovane democrazia italiana.”
E l’opposizione dov’era?
Emblematica la tenda vuota del PD, depositario silente ed inerte della protesta.



Uno stralcio del decreto legge 195
La Società, che è posta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della protezione civile ed opera secondo gli indirizzi strategici ed i programmi stabiliti dal Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Capo del Dipartimento nazionale della protezione civile, e ferme restando le competenze del medesimo Dipartimento, ha ad oggetto esclusivo lo svolgimento dei compiti e delle attività strumentali e di supporto tecnico amministrativo per il medesimo Dipartimento, salvo diversa ed espressa disposizione di legge, ivi compresa la gestione della flotta aerea e delle risorse tecnologiche, e ferme restando le competenze del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, provvede, nel rispetto della vigente normativa anche comunitaria, alla progettazione, alla scelta del contraente, alla direzione lavori, alla vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, nonché all’acquisizione di forniture o servizi rientranti negli ambiti di competenza del Dipartimento della protezione civile e da esso individuati, ivi compresi quelli concernenti le situazioni di emergenza socio-economico-ambientale dichiarate ai sensi dell’articolo 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, quelli relativi ai grandi eventi di cui all’articolo 5-bis del decreto-legge 7 settembre 2001, n. 343, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2001, n. 401. I rapporti tra il Dipartimento della protezione civile e la Società sono regolati da un apposito contratto di servizio. All’incremento del trasferimento delle attività dal Dipartimento della protezione civile alla Società, definite dal contratto di servizio, deve corrispondere una riduzione proporzionale del fondo di dotazione del medesimo Dipartimento della protezione civile in termini di risorse finanziarie, strumentali e di personale, al fine di garantire l’invarianza della spesa di cui al presente articolo. Entro il 31 dicembre di ogni anno, è presentata alle Camere una relazione dettagliata sulle attività svolte dalla Società, sul relativo stato di attuazione nonché sulle iniziative che si intendono intraprendere.


Draquila - L'Italia che trema, di Sabina Guzzanti. Con Sabina Guzzanti Documentario, durata 93 min. - Italia 2010.

Sbarre e neve
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Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. E’ arabo, analfabeta e orfano. Malik è costretto fin da subito alle violente imposizioni del potente clan corso. Impara che in carcere è anche peggio di fuori, che i secondini sono corrotti, che circolano droga, puttane e privilegi che vanno pagati.
Malik uccide ma quel crimine lo segnerà in modo particolare. All’abbrutimento si affiancherà a una sorta di riscatto. Frequenta la scuola del carcere, impara a leggere e a scrivere, impara da autodidatta il dialetto corso, diventa il factotum della banda dello spietato Luciani. Tratta con arabi e marsigliesi, viene a conoscenza dei loschi affari degli italiani, stringe la prima amicizia della sua vita con uno sventurato compagno che gli darà quella specie di supporto familiare che Malik non ha mai avuto. Il ragzzo è intelligente, ottiene dei permessi, svolge – durante le uscite – incarichi per i corsi, per gli zingari e infine per se stesso. Quando esce tre SUV lo scortano verso la sua nuova vita.
La vicenda si svolge in prigione. Violenza e corruzione sono ovunque. Audiard non ci risparmia nulla dello squallore di quelle mura sordide, della disperata lotta per la sopravvivenza in un clima ostile e feroce. Malik il profeta, con le sue visioni, riuscirà a sfangarla. Il film ci immerge e ci blinda nel carcere. Nonostante la ripugnanza tifiamo per Malik quasi ci sentissimo soffocati come lui in quel luogo bestiale. La scena della lametta è un incubo.
Sconcertante.



Il Profeta di Jacques Audiard. Con Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi. Francia 2009.


Road Movie artico, Nord racconta del picchiatello e depresso Jomar che lavora in un parco sciistico, solo e semialcolizzato.
Jomar scopre di essere il padre di un bambino nato nell'estremo Nord della Norvegia e parte in motoslitta, con una provvista d'alcol. Incontrerà strani personaggi, una ragazzina con la nonna, un pazzo cacciatore di pelli, un gay alcolizzato che li insegnerà il “trucco del polacco”, un vecchio eremita lappone. Surreale, a tratti grottesco, il viaggio si snoda tra un incendio e l’altro, tra un sociopatico e un alcolista fino alla meta finale. Intorno solo la neve. Delizioso.

NORD di Rune Denstad Langlo – Norvegia, 2009. Con Anders Baasmo Christiansen e Kyrre Hellum

Il trailer. Musica dei Kaizers Orchestra.

Di Oceani3D vi dirò nei prossimi giorni.

Da Alessandria d'Egitto al Giappone, passando per la Germania e Lourdes
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Ipazia fu una matematica, astronoma e filosofa pagana vissuta tra il 370 ed il 415 ad Alessandria d'Egitto.  Agorà racconta la sua storia, il suo amore per la sapienza e per la verità che la porteranno a mettere in discussione il sistema tolemaico recuperando le idee di Aristarco di Samo.  Quest'ultimo, astronomo e fisico, scrisse il trattato Sulle dimensioni e distanze del Sole e della Luna e ne calcolò le relative distanze dalla Terra. Nella scuola della Biblioteca Ipazia tiene le sue lezioni riprendendo le idee del maestro greco e discutendone con i suoi studenti, nei quali suscita il senso critico. In alcuni scatena anche la passione. Ma Ipazia è una donna votata al sapere, e rifiuta ogni condizionamento che il matrimonio potrebbe imporle.
In Alessandria convivono i templi degli dei pagani, la religione cristiana e la fede ebraica, in un clima che va sempre più deteriorandosi. Gli esordi del cristianesimo come messaggio di pace e di amore sono già lontani. Prevalgono la sete di potere e il fanatismo integralista dei Parabolani sostenuti dalle autorità, che legittimeranno atti di violenza ed insensata vendetta. Anche la Biblioteca, custode del sapere del mondo antico, delle opere dei filosofi greci, viene devastata dalla feccia cristiana guidata da Ammonio.
Passano gli anni. Gli ex studenti di Ipazia, che ha cercato di salvare il salvabile della Biblioteca, sono diventati uomini di potere, chi governatore, chi vescovo. Il conflitto si fa estremo. Non la parola di Gesù, ma quella di quella di Paolo della Prima Lettera ai Corinzi viene citata da Cirillo nell'omelia che condannerà Ipazia:
Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio.Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea.
Invano Oreste si batterà per lei. Mentre Ipazia arriva alla soluzione del dilemma astronomico che l'aveva da anni assillata, si compie il suo destino. Nel marzo del 415, su ordine del vescovo Cirillo, un gruppo di Parabolani la cattura per eseguire la condanna a morte. Davo, lo schiavo liberato che la ama fin dall'infanzia e si è unito ai fanatici cristiani compie l'estremo gesto di pietà nei confronti della filosofa.



Il film ha pagine su Facebook ha suscitato polemiche per la durezza con la quale rappresenta i cristiani, dei talebani piuttosto che portatori del messaggio evangelico. del resto, se pensiamo alle stragi compiute nel Nuovo Mondo in nome di Cristo, non dovremmo sorprenderci più di tanto.
Agora (2009) di Alejandro Amenabari. È stato presentato fuori concorso a Cannes 2009.
Alejandro Amenabar è il regista dello straordinario The Others (2001) e de il Mare dentro (2004).
Interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Oscar Isaac, Ashraf Barhoum, Michael Lonsdale, Rupert Evans



Alex, che vive nei dintorni di Vienna e lavora in un bordello, ama Tamara, una prostituta ucraina con cui ha una relazione segreta, e vuole fuggire con lei per cambiare la sordida vita che conduce. Organizza una rapina per racimolare i soldi necessari alla fuga. Sembrerebbe un colpo facile, ma la presenza di Tamara e l'intervento di un poliziotto, Robert, fa volgere al peggio la situazione. Alex trova rifugio presso la fattoria del nonno, devastato dall'odio per Robert che abita lì vicino e del quale incontra la moglie Susan. L'intreccio si complica ed avrà un esito inaspettato.
Il film mostra uno spaccato di società sordido, stomachevole. Da una parte la prostituzione e la delinquenza che ne alimenta il traffico, dall'altra il perbenismo borghese di una coppia che nella sua linda casetta nasconde però il germe dell'insoddisfazione e dell'ipocrisia. In questo sfacelo morale, in questa povertà di valori si salva solo il nonno, legato a una vita povera ma dignitosa, che fa di onestà e lavoro i cardini dell'esistenza.  Noioso, mediamente inverosimile, il film non mi è piaciuto.



REVANCHE di Götz Spielmann - Austria, 2009. Festival di Berlino - Premio CICAE (esercenti dei cinema d'essai)



 Christine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla che partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes. I suoi compagni di viaggio sono disperati come lei, donne votate all'assistenza e al conforto, sacerdoti forti di una fede incrollabile che spiega qualsiasi fatto e scioglie qualsiasi dubbio, accompagnatori che non si sottraggono alle naturali conseguenze dell'attrazione tra uomini e donne. Un gruppo di pellegrini variegato, non immune da invidie e gelosie uno scenario incredibile, quello di Lourdes, dove la mercificazione ed il commercio si accompagnano alla tenacia di una fede interiore e alla speranza della guarigione. Interessante.



LOURDES di Jessica Hausner – Austria, 2009. Venezia – Premio La Navicella

Dopo lo scioglimento dell'orchestra, il violoncellista Daigo (Motoki Masahiro) ritorna al paesello d'origine con la moglie Mika (Hirosue Ryoko) nei pressi di Yamagata. Cerca lavoro e finisce in un'agenzia di tanatoestetica, che prepara cioè i defunti per l'estremo saluto. Le ‘partenze' di cui parla l'annuncio e che gli avevano fatto credere di candidarsi per un lavoro in un'agenzia di viaggi sono invece i commiati dalla vita terrena. Daigo dovrà imparare il rito della pulizia del corpo, del trucco sul viso per restituire al volto le sembianze che i familiari hanno amato,  della vestizione con il tradizionale kimono, tutti atti carichi di simbolismo. Titubante all'inizio, il giovane viene convinto da Sasaki ad accettare il lavoro fino a quando la moglie, scoperta la sua professione, lo abbandona. Rimasto solo, Daigo ritrova negli oggetti dimenticati in soffitta qualcosa che lo rimanda al passato, alla morte della madre e al padre, fuggito e mai più rivisto.
Visitando le famiglie dei defunti che deve preparare per l'ultimo viaggio, l'ex violoncellista ha modo di osservare diversi reazioni al lutto e alla perdita, in una gamma di comportamenti che vanno dal rabbia al riso, dall'accettazione al rifiuto, fino a una sorta di riconciliazione con il defunto. Finché un giorno a casa di Daigo arriva una lettera... Per l'ex musicista arriva il momento di ricomporre i pezzi della propria esistenza, l'occasione per spiegare interrogativi angosciosi e dare un volto - letteralmente - a quello che non ricorda e lo tormenta.Delicata ed insieme grottesca la vicenda, bravissimi gli attori.  Masahiro Motoki  mostra magistralmente espressioni di rabbia e disgusto, di stupore e indecisione, di concentrazione ed amore che scandiscono il ritmo della vicenda fino alla sua annunciata conclusione.




Departures, di Yojiro Takita. Giappone 2008. Con Masahiro Motoki, Rioko Hirosue, TsutomuYamazaki. Premio Oscar come miglior film straniero



Un noiosissimo Polansky
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Nonostante le recensioni osannanti, io ho dormito. Improbabile (com'è che Rycart non sa delle connessioni con la CIA che l'imbambolato ghostwriter trova su Google?) e cretino (l'acida moglie di Lang che s'infila nel letto del ghostwriter), ha due momenti chiave: le rivelazioni del navigatore del SUV e la scena finale con i fogli svolazzanti. Irriconoscibile Jim Belushi, antipatico Brosnan, insopportabile Olivia Williams, deprimente la location invernale della costa bostoniana. Zzzzzzzzzzzz.

The Ghost Writer is a film adaptation of the Robert Harris novel The Ghost. The film is directed by Roman Polanski and based on a screenplay written by Harris and Polanski.

Guerra e cornflakes
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The Hurt Locker, scritto dal giornalista Mark Boal, è il film del 2008 diretto da Kathryn Bigelow premiato con 6 Premi Oscar nel 2010: miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro, miglior regista e miglior film.
E’ la storia di una squadra di artificieri  e sminatori dell'esercito statunitense in Iraq.
 



 

Il sergente Will James sostituisce il collega Thompson, morto in seguito all'esplosione di un ordigno e rimpatriato in un “hurt locker” (*). La squadra è formata anche dal sergente Sanborn e dal soldato specialista Eldridge. James affronta il lavoro quotidiano con sprezzo del pericolo ed assoluta indifferenza a quello che potrebbe essere il tragico epilogo: manovra spolette senza protezioni, dichiarando che, se deve morire, vuole morire comodo. Eldridge è il più fragile dei tre, Sanborn il più responsabile e cauto. Sono uomini che vivono in uno stato di tensione perenne, in una città ostile, in un ambiente che nasconde nemici e cecchini ovunque. Il terrorismo non risparmia niente e nessuno, nemmeno i bambini. Se ci sono, come sempre accade, sprazzi di umanità e fraternizzazione, l’orrore e la bassa macelleria pervadono ogni cosa, e la Bigelow non esita a mostrarci l’orrore. Si fa amicizia con un bambino che vende DVD, si aspetta per ore sotto il sole cocente in attesa che il cecchino appostato in un rudere nel deserto faccia il passo falso che gli sarà fatale, si apre un tetrapak di succo e lo si offre al compagno stremato che tiene il nemico sotto tiro.
Come James è diventato quello che è? Come può essere così freddo, così indifferente alla morte? Quando il comandante gli chiede qual è il miglior modo per disinnescare una bomba, risponde che è quello in cui non si muore. Scopriamo poi che non è cinico come sembra, e che è generoso ed eroico nella sua follia, come quando decide di tagliare i lucchetti che tengono fissata al corpo di un uomo una carica esplosiva mortale.Mentre l’orrore ci accompagna scena dopo scena in una Baghdad devastata, la storia va verso l’epilogo. Sanborn piange e dice che vorrebbe “un piccolo bambino”. James rivela qualcosa della sua vita privata. Intanto lo spettatore non può non chiedersi il perché della guerra: sappiamo che è una lunga vicenda, il Golfo, Saddam, l’Afghanistan, ma i motivi si perdono, qui ne vediamo solo l’orrore.
In una delle scene finali, James è in un supermercato americano, nella corsia dei corn-flakes. La macchina da presa riprende, con colori quasi psichedelici, decine e decine di confezioni diverse. James, visibilmente perplesso, non sa cosa scegliere, finché ne prende uno a caso e lo sbatte nel carrello. E’ la chiave per capire questa storia adrenalina ed estrema, come tutte quelle che la Bigelow ci ha raccontato. La guerra si fa per difendere la propria scatola di corn-flakes, il proprio diritto ai chokopops, la propria ricchezza – talmente opulenta da stomacarci -a ttraverso i beni materiali che la concretizzano nel quotidiano. E se della propria vita non è rimasto che qualche affetto – una o due cose, come dice lo sminatore James – quando si è arrivati a fare un bilancio della propria esistenza serve una scarica di adrenalina, un abuso chimico. Due sole donne in questo film: la moglie del “professore” iracheno nella casa dove il sergente entra alla ricerca del ragazzo dei DVD (e non capiamo quello che dice, quello che urla all’americano) e la moglie di James che prepara la cena nella sua cucina. Alle donne è concessa un’altra scelta, quella della maternità, della costruzione della vita e non della sua distruzione. Una scelta che i ritmi pacati dell'attesa e del quotidiano. Ma il sergente James sceglie la guerra. Come ci hanno anticipato i titoli di testa, la guerra è come una droga e crea dipendenza.127 minuti incalzanti, attori bravissimi, dialoghi psicologicamente intensi. Una storia che non scade mai nella retorica e nella banalità. Regia magistrale.

Jeremy Renner: Sergente William James
Anthony Mackie: Sergente JT Sanborn
Brian Geraghty: Specialista Owen Eldridge
Guy Pearce: Sergente Matt ThompsonRalph Fiennes: Capo dei mercenari

(*) According to the writer-producer Mark Boal “hurt locker” is a military slang that means “a bad and painful place.” He said during an interview that “EOD soldiers use it as a form of poetic understatement: If an improvised explosive device, or IED, goes off while you're trying to disarm it, the ‘hurt locker’ is likely to mean a white box draped in a flag and shipped home with full military honors.”


Tchaikovsky e Twin Towers
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Oggi parliamo degli altri due film che ho visto questa settimana.

Andreï Filipov
dirige la celebre Orchestra del Bolshoi. Ma è l'epoca di Brežnev, e Filipov viene cacciato perchè si rifiuta di licenziare dai musicisti ebrei. Dopo trent'anni è ancora al Bolshoi, ma come uomo delle pulizie. Una sera, per caso, intercetta un fax del Théâtre du Châtelet che invita l'orchestra  a Parigi. Decide allora di riunire i suoi vecchi musicisti, che allontanati dal teatro si arrabattano con umili lavori, portarli a Parigi e spacciarli per l'orchestra ufficiale.
Comincia per il gruppo un’avventura surreale, che sconcerterà non poco gli ospiti parigini. Filipov ha una richiesta precisa per la direzione artistica del Châtelet: vuole che il violino solista sia Anne-Marie Jacquet, giovane ed acclamato talento che ignora le proprie origini. Alla fine di una serie di esilaranti vicende che vedono coinvolti i musicisti, scopriremo la verità, ma non prima di aver ascoltato il celeberrimo concerto per violino ed orchestra in Re maggiore op. 35 di Tchaikovsky.La musica sancisce il trionfo dell’arte sull’ottusità, della libertà sul potere, della giustizia sul sopruso. E mentre violino ed orchestra riempiono il teatro di note sublimi, il mafioso parvenu moscovita che ha finanziato il viaggio viene legato come un salame e il volgare direttore del Bolshoi blindato in cantina.

Il concerto
, di Radu Mihaileanu. Con Aleksei Guskov, Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou.



New York. Una bambina assiste al brutale assassinio della propria madre, un atto feroce e devastante. Anni dopo - è il 2001 - Ally, studentessa di sociologia, sembra aver superato il trauma, mentre il padre, poliziotto dell’investigativa, pare esorcizzare il suo con un’eccessiva violenza nei confronti della delinquenza metropolitana. Il destino gli fa brutalmente arrestare Tyler Hawkins, figlio ribelle di un ricco uomo di affari e studente nella stessa università di Ally. Tyler e il suo compagno di appartamento progettano una sorta di vendetta usando la ragazza per i loro scopi. Ma Ally e Tyler si innamorano e si aprono l’un l’altra. Scopriamo che il giovane, in rotta con un padre incapace dai dare ai figli l’attenzione di cui hanno bisogno, ha perso il fratello maggiore in circostanze tragiche ed ha una sorellina geniale quanto incompresa e vittima del bullismo delle compagne di scuola. Il giovane affronta il padre nel suo lussuoso ufficio rinfacciandogli di non aver partecipato alla mostra della bambina. La ragazza lascia la casa paterna dopo una lite con il genitore e va a vivere nell’appartamento bohemien dei due studenti. Gli eventi precipitano quando il padre di Ally intuisce la verità ed affronta Tyler. La ragazza, sconvolta, ritorna a casa. Avrà modo di rivedere Tyler quando la sorellina subisce la violenza delle compagne di classe ad una festa di compleanno. La vicenda si è snoda tra conflitti generazionali e traumi emotivi, muovendosi tra Manhattan ed il Queens, tra sofisticati appartamenti e locali fatiscenti. La città è lì, sempre presente, dalla metropolitana della prima scena alle Twin Towers dell’ultima.


 Perché ad un certo punto, mentre inquadra Tyler nell'ufficio del padre, la macchina da presa va indietro, il campo visivo si apre e voi capite dove siete. Sapete anche quando siete, perché a scuola la maestra della sorellina ha scritto la data sulla lavagna. Il film sta per finire, e il trauma che ha segnato il nuovo millennio chiude e richiama il trauma iniziale, con la stessa ferocia, senza tuttavia mostrarla. Non è necessario, perché tutti noi sappiamo.
Bellissimo Robert Pattinson,vampiro in Twilight ma anche promettente attore teatrale inglese, bellissimo Pierce Brosnan, il padre distratto. Splendidi gli occhi azzurri di Emilie de Ravin, eroina di Lost. Cupa la fotografia degli interni.

Remember me, di Allen Coulter. Con Robert Pattinson, Emilie de Ravin, Chris Cooper, Lena Olin, Pierce Brosnan.


La paura
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A single man, salutato come interessante opera prima dello stilista americano, è stato da taluni ridotto a un levigato esercizio di eleganza.
Curatissimo nei dettagli non solo estetici (la casa di vetro, metafora della possibilità di rivelare e vivere il proprio amore qualunque sia la sua sponda), il film tratteggia mirabilmente la figura di George Falconer, la sua delicatezza, il suo  struggente amore per i terrier che allietavano la convivenza con il suo compagno Jim, la sua sofferenza per l’amore nascostamente vissuto, la sua eleganza estrema anche nella programmazione del suo suicidio, quando sceglie con cura gli abiti che lo dovranno rivestire nell’ultimo viaggio. E’ un uomo devastato dalla perdita del compagno di una vita, della quale percorreremo le tappe nei flashback che accompagnano la giornata di George, dagli incubi del sonno, alle telefonate dell’amica Charlie, ai suoi difficili rapporti con un vicinato ostile e ipocrita, al suo lavoro di docente universitario. A single man è un film sul dolore della perdita, sui sentimenti e le emozioni che accomunano il vissuto quotidiano di tutti, ma anche sulla crudeltà della discriminazione e dell’intolleranza che vessa le minoranze fino al punto di escluderle da diritti fondamentali. Quando gli dicono al telefono che il funerale è riservato solo ai familiari, è chiaro a George - l'innominabile, il frocio - che nonostante i sedici anni di amore e convivenza sarà escluso dall’ultimo saluto.
Il professor Falconer, di origine inglese, insegna all'Università. Dice ai suoi studenti, commentando Huxley: Ora, ad esempio, le persone con le lentiggini non sono considerate una minoranza da quelle senza lentiggini. Non sono una minoranza nel senso in cui la intendiamo. E perché non lo sono? Perché una minoranza è considerata tale soltanto quando costituisce una qualche minaccia, vera o immaginaria, per la maggioranza. E nessuna minaccia è mai del tutto immaginaria… Le sue parole muovono dal problema dell’antisemitismo, ma approdano ad altro, e soprattutto – per quanto si guardi bene dal dichiararlo – al tema dell’omosessualità. Siamo nel 1962, in piena crisi missilistica. Gli eventi cubani scatenano la paura della guerra nucleare. Lo capiamo dalle notizie in TV, dai manifesti di Psycho che campeggiano in alcune scene del film. 
Scriveva ieri su Repubblica Giorgio Bocca, a proposito dello tsunami evocato da Bossi per descrivere il successo elettorale dei lumbard: la Lega rappresenta i desideri e le paure reali di milioni di italiani del Nord ma anche il numero crescente del resto d' Italia: interessi, egoismi e paure dichiarati apertamente. Né belli né eleganti agli occhi di altri italiani ma fortemente difesi e rivendicati, fuori da ogni ipocrisia. Un modo di fare politica che ha trovato vasti consensi in una stagione storica più ricca di incertezze e di dubbi che di punti sicuri di appoggio. Quali sono gli interessi, gli egoismi, le paure che portano voti alla Lega? In primis la difesa di un benessere economico e civile ottenuto dai ceti emergenti negli anni in cui il Nord Italia è diventato una delle regione più ricche d' Europa, con la crescita di una piccola e media borghesia composta da operai polivalenti, coltivatori diretti, commercianti che non hanno più da perdere solo le loro catene come le precedenti generazioni ma case, automobili, conti in banca, mobili. I nuovi ceti che la borghesia delle professioni e del censo ha sempre disdegnato come incolta e grossolana. I leghisti non piacciono agli italiani dabbene, sono ignoranti, riesumano un localismo mediocre.
Il leghismo come reazione alla paura, come risposta alla minaccia. La persecuzione delle minoranze, l’odio per gli altri come conseguenza. Potremmo rileggere Huxley anche noi, e meditare un po'.
La lezione finisce. Uno studente lo provoca con domande sull’uso della mescalina (non dimentichiamo che Huxley – autore de Le porte della percezione -  fece uso di droghe psichedeliche). Il giovane Kenny è forse l’unico che non si inquadra nel modello, tanto aborrito dal professore, di studente destinato a diventare esattamente come i suoi vicini di casa, e sembrerà offrirgli un’ancora di salvezza. Essenziali anche gli altri personaggi minori, il controcanto alla figura elegante e dolente del sensibile protagonista: la strepitosa Julienne Moore e  il giovane mercenario che citando la propria madre  dice che l'amore è come l'autobus, basta aspettare un po' e ne passa un altro.


 



 

A single man. Regia: Tom Ford. Con: Colin Firth - Julianne Moore - Matthew Goode - Nicholas Hoult

 


Meraviglie, libri e mostri assortiti
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Latitanza obbligata dal duro lavoro.
Ho visto però lo straordinario Alice in Wonderland di Tim Burton, apprezzato Il Riccio  (ovviamente dal best-seller L'eleganza del riccio di Muriel Barbery) di Mona Achache, divorato la saga vampiresca da Twilight e infine affrontato la lettura di Orgoglio, pregiudizio e zombie di Seth Grahame-Smith da Jane Austen.
Tim Burton, da quel grande artista che è, non ha fatto un remake, ma ha raccontato la storia di un'Alice cresciuta e alle prese con un fidanzamento che le vorrebbero imporre e lei rifiuta. Ritornerà nel paese delle meraviglie per liberarlo dalla malvagia regina rossa  smascherando i suoi servi bugiardi dopo aver incontrato il gatto svaporato e lo sciroccato terzetto composto dal Cappellaio Matto, dalla Lepre di Marzo e dal Ghiro. L'animazione 3D è un capolavoro, e gli elementi della storia classica sono mirabilmente rielaborati nella visione onirica del regista. I personaggi stralunati, la pallidissima Alice e i costumi fiabeschi non sono una mera copiatura del vecchio cartone disneyano, ma brillano di luce propria.



Devo essere l'unica che non ha letto L'eleganza del riccio e dunque non farò confronti con il libro. Il film è colto, improbabile ed elegante quanto basta, forse un po' manierato. Belli i personaggi, bellissimi gli interni e le stop-motion che qui e là fanno da intermezzo. Paloma, la bimba che racconta la storia, è un'aspirante suicida con grande talento artistico. La portinaia, vera protagonista della storia, nasconde la propria ricchezza, che sono i libri di cui è innamorata. Il gentiluomo giapponese saprà aprire quel mondo segreto, quel piccolo tesoro nascosto. La scena finale mi ha fatto fare un balzo sulla sedia.



La lettura della saga mi ha occupato per un bel po' di sere consecutive. Avvincente dapprima, la storia è scivolata verso il ripetitivo, rallentando fino all'inverosimile. Bella ed Edward non concludevano mai, Bella altalenava tra il lupastro Jacob e il pallido vampiro, i Cullen erano troppo perfettini ed infallibili. Insomma, il mio interesse è andato scemando.



Ora, dopo L'uomo autografo di Zadie Smith, sono impegolata con Elizabeth, Darcy e gli zombie. Vi saprò dire.

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